La scuola come confine interno
Prima di fissare una percentuale, il governo ha scelto una formula: “tetto agli stranieri”. In edilizia un tetto ripara; nel lessico politico, questa volta, contiene. La stessa parola promette protezione a chi si considera già dentro e assegna un limite a chi viene ancora descritto come estraneo, anche quando è nato in Italia e frequenta da anni la scuola italiana.
Il 20 settembre 2026 Giorgia Meloni ha annunciato un provvedimento per stabilire un numero massimo di alunni stranieri per classe. Al limite si accompagnano il potenziamento dell’italiano, l’obbligo di corsi per alcuni genitori e il divieto di indumenti che coprono integralmente il volto.1 Nel discorso del governo, queste misure appartengono allo stesso disegno: favorire l’integrazione, impedire la formazione di classi considerate ghetti, riaffermare lingua e regole comuni.
Una classe nella quale molti bambini stanno ancora imparando l’italiano richiede più insegnanti, tempi diversi, mediazione linguistica e un rapporto costante con le famiglie. La scuola deve poter sostenere questo lavoro, perché il numero degli alunni non dice quali difficoltà si presenteranno né quali risorse serviranno. La cittadinanza, a sua volta, non misura la conoscenza della lingua. Un bambino nato a Brescia da genitori senegalesi, un adolescente arrivato da Tirana da pochi mesi e il figlio di una famiglia francese trasferita a Milano appartengono alla stessa categoria amministrativa; portano in classe esperienze linguistiche e scolastiche del tutto diverse.
Nelle scuole italiane gli alunni con cittadinanza non italiana sono oltre novecentomila, poco più di uno su dieci. Quasi due terzi sono nati in Italia.2 La parola “stranieri” comprende dunque una maggioranza di bambini e ragazzi che non sono arrivati da qualche luogo: erano già qui. Per l’ordinamento rimangono cittadini stranieri; la scuola, almeno fino a quando qualcuno non decide di contarli per distribuirli, li incontra ogni mattina come compagni di classe.
Il governo prende una difficoltà linguistica e la traduce in una categoria giuridica. Da quel momento la competenza dell’alunno passa in secondo piano: conta il suo passaporto. Se il problema riguarda l’italiano, occorre valutare la competenza linguistica. Se riguarda il ritardo scolastico, bisogna considerare l’età di arrivo, il percorso precedente e le condizioni familiari. Se riguarda la concentrazione della povertà, entrano in gioco il quartiere, il costo delle case, i trasporti e la distribuzione dei servizi. Il tetto comprime queste differenze in una percentuale. La soglia permette di contare e distribuire; lascia irrisolto il problema educativo, perché non indica quali risorse servano a quella classe né quali alunni debbano essere spostati.
Una soglia del trenta per cento appare semplice finché rimane scritta su un foglio. Per applicarla bisogna decidere chi verrà spostato, verso quale scuola, a quale distanza e con quali costi per la famiglia. Nei quartieri dove la presenza di residenti stranieri è alta, gli istituti ricevono le iscrizioni dei bambini che vivono nelle strade vicine. La percentuale della classe riflette allora la composizione del territorio. Ridistribuire gli alunni senza intervenire sul territorio significa chiedere alla scuola di correggere, con gli autobus e le graduatorie, ciò che la città ha prodotto con le case, il lavoro e i servizi.
L’espressione “classe ghetto” va usata con prudenza. Un ghetto nasce dalla separazione imposta, dalla povertà concentrata, dalla difficoltà di uscire e dalla disuguaglianza nell’accesso alle risorse. Una classe con molti alunni di origine straniera può avere difficoltà serie: tempi di apprendimento diversi, comunicazione faticosa con le famiglie, insegnanti insufficienti, mediatori assenti, laboratori e tempo pieno distribuiti male. La percentuale, da sola, non dice quali condizioni educative incontreranno quei bambini. Due classi con la stessa quota di alunni stranieri possono lavorare in circostanze molto diverse. Il tetto misura la quota e lascia senza risposta la domanda decisiva: quali risorse riceverà quella scuola per insegnare meglio?
Jiang Xueqin ha descritto un problema simile osservando la trasformazione di alcune scuole di Chengdu. In uno dei suoi saggi racconta la scuola elementare di Supo, assorbita dalla crescita urbana e chiamata ad accogliere bambini provenienti da famiglie rurali, insieme a un programma per alunni autistici. Le autorità locali trasferirono risorse e insegnanti verso la periferia, offrirono incentivi a chi vi avrebbe lavorato e affidarono il cambiamento a dirigenti capaci di modificare anche il comportamento degli adulti.3
Xueqin riassume quella trasformazione attraverso tre elementi: informazione, potere ed emozioni. L’immagine dell’“impianto idraulico emotivo” può sembrare eccentrica; indica però un problema concreto. Una riforma fallisce quando cambia l’organigramma e lascia intatti i rapporti fra dirigenti, insegnanti, studenti e famiglie. Il preside della scuola osservava le lezioni, scriveva ai genitori, chiedeva agli insegnanti di fare altrettanto e interveniva quando i bambini venivano trattenuti in classe durante la pausa. Il cambiamento passava attraverso azioni quotidiane, non attraverso una percentuale.
Chengdu non fornisce un modello da importare nelle scuole italiane. Permette però di vedere che cosa manca a una politica fondata soltanto sulla percentuale: risorse, insegnanti, responsabilità e lavoro quotidiano con le famiglie. Da una parte si spostano gli alunni finché il numero rientra nella soglia; dall’altra si interviene sulle condizioni nelle quali i bambini imparano. La prima operazione produce ordine statistico. La seconda richiede denaro, tempo e responsabilità.
I dati italiani confermano che la cittadinanza segnala una disuguaglianza senza spiegarla per intero. L’abbandono precoce degli studi riguarda quasi un giovane straniero su quattro e meno di un italiano su dieci. Tra chi è arrivato dopo l’infanzia il rischio cresce; fra coloro che hanno frequentato fin da piccoli la scuola italiana diminuisce sensibilmente.4 L’età di arrivo conta. Contano il reddito familiare, l’istruzione dei genitori, il quartiere e il tipo di scuola frequentata. La categoria “straniero” registra l’esito di queste condizioni e rischia di diventare, per comodità politica, la loro spiegazione.
Il confine compare nell’aula quando la cittadinanza diventa il criterio con cui distribuire i bambini. Da quel momento alcuni alunni vengono accolti come compagni di classe, altri vengono prima registrati come presenza da contenere. L’accesso alla scuola rimane formalmente aperto, mentre l’appartenenza diventa condizionata: alcuni alunni sono semplicemente iscritti; altri vengono contati, distribuiti e osservati in funzione della distanza che li separerebbe dalla lingua e dalla cultura nazionale.
Alla scuola spetta il compito opposto. Riceve bambini con storie diverse e li mette nella condizione di comprendere la stessa lingua, discutere le stesse regole e riconoscersi come parte della stessa comunità politica. Per riuscirci ha bisogno di distinguere le difficoltà reali: chi non conosce l’italiano, chi vive in povertà, chi arriva con un percorso scolastico interrotto, chi possiede competenze che i programmi non riconoscono. La distinzione serve a intervenire meglio. L’etichetta generica serve soprattutto a contare.
Un tetto, in una scuola, dovrebbe proteggere i banchi dalla pioggia. Quando viene usato per determinare il numero massimo di bambini che possono stare al coperto, la sua funzione cambia.
Riferimenti
ANSA, “Meloni, in classe numero massimo di stranieri e divieto di burqa, norma in arrivo”, 20 settembre 2026; Sky TG24, “Scuola, Meloni difende tetto a stranieri”, 23 settembre 2026.↩
Fondazione ISMU ETS, “Scuola: sono oltre 930mila gli studenti con cittadinanza non italiana”, 11 settembre 2025; 31° Rapporto sulle migrazioni 2025.↩
Jiang Xueqin, “The Secret to School Transformation: Emotional Plumbing”, WISE, 5 gennaio 2016. Per il profilo e la bibliografia: Global Teacher Prize Academy, “Jiang Xueqin”.↩
Istat, Rapporto annuale 2025, capitolo dedicato all’istruzione e all’abbandono precoce.↩