Calogero Bonasia

Quando una dipendenza diventa una vulnerabilità

Una nave ferma all’imbocco di uno stretto è soltanto un punto su una carta. Diventa un problema geopolitico quando il suo carico manca a una fabbrica, il prezzo dell’assicurazione sale, un fertilizzante non arriva ai campi e il raccolto successivo costa di più. Fra la nave e il pane ci sono porti, contratti, scorte, impianti, banche, decisioni pubbliche e tempo. La crisi comincia quando uno di questi passaggi non può essere sostituito.

Ogni società dipende da qualcosa che non controlla interamente. Importa energia, componenti, materie prime, conoscenze, tecnologie e alimenti; condivide fiumi, cavi, satelliti, standard e rotte commerciali. Questa rete di scambi permette la specializzazione e rende possibili attività che nessun Paese potrebbe sostenere da solo. La dipendenza diventa vulnerabilità quando si concentra in pochi punti, rimane opaca e richiede più tempo per essere sostituita di quanto il sistema possa sopportare.

Il verbo “dipendere” tende a suggerire una condizione passiva, mentre descrive una relazione. Un Paese può acquistare un componente da un solo fornitore e conservare la libertà di scelta, se conosce il prodotto, possiede scorte adeguate e sa costruire un’alternativa. Può avere molti fornitori e restare esposto, se tutti utilizzano lo stesso impianto, la stessa rotta, lo stesso brevetto o la stessa infrastruttura digitale. Il numero dei contratti conta meno della struttura che li sostiene.

L’acqua offre un primo esempio. L’agricoltura utilizza poco meno di tre quarti dei prelievi globali di acqua dolce; nei Paesi a reddito basso e medio, più di quattro piccole aziende agricole su cinque si trovano in regioni soggette a scarsità idrica.1 La relazione materiale è diretta: dalla disponibilità d’acqua dipendono la produzione degli alimenti e il reddito di milioni di persone. La scarsità, tuttavia, non spiega da sola una guerra.

Fra l’acqua e il conflitto si inseriscono i diritti di accesso, le dighe, le disuguaglianze, le informazioni disponibili e le decisioni di chi controlla il corso del fiume. Una riduzione della portata può aggravare una fragilità già presente oppure spingere gli Stati a cooperare. L’IPCC riconosce che i cambiamenti idrologici influenzano la mobilità umana e aumentano la pressione su regioni povere, fragili o già segnate da conflitti. Non considera dimostrata una relazione causale generale fra cambiamento climatico e guerra.2

Uno studio pubblicato su Nature Communications ha esaminato i bacini fluviali condivisi da più Stati, collegando le aree a monte con quelle a valle. Il modello ha rilevato almeno un mese di scarsità annua in poco più di un terzo delle aree considerate, coinvolgendo circa tre quarti di miliardo di persone. Ha inoltre riconosciuto gran parte dei bacini nei quali i dati storici registravano conflitti associati alla scarsità.3

Il numero è impressionante, ma il meccanismo è fondamentale. Lo studio esclude le controversie legate principalmente all’inquinamento, al controllo delle piene o ad altre questioni geopolitiche. Per prudenza, le proiezioni future presuppongono la mancanza di cooperazione tra gli attori.

Molti casi in cui il modello sovrastimava il rischio, invece, prevedevano accordi, trattati e organismi comuni. La scarsità influisce sul costo delle decisioni. Le istituzioni determinano se tale costo verrà distribuito, negoziato o utilizzato come strumento di pressione.

Una carta geografica può evidenziare una regione in rosso, segnalando una condizione specifica. Tuttavia, non fornisce informazioni su chi abbia costruito la diga, chi misuri la portata, chi abbia il controllo delle paratoie o chi si faccia carico delle perdite agricole. La politica prende il via proprio da queste domande. Il rischio diventa gestibile quando qualcuno ricostruisce la catena di eventi che collega la condizione materiale alle decisioni prese.

Anche la parola “catena”, usata per descrivere la produzione, può trarre in inganno. Fa pensare a una fila ordinata di anelli. La produzione contemporanea assomiglia più spesso a una rete: ogni impresa riceve componenti da più fornitori, ogni componente dipende da altri impianti, le stesse risorse servono settori differenti e un’azienda apparentemente periferica può alimentare un nodo centrale.

In una rete simile, la posizione conta quanto la dimensione. Un piccolo fornitore di un componente insostituibile può produrre un rischio sistemico maggiore di un’impresa molto più grande collocata in un punto facilmente sostituibile. La ricerca sulle reti produttive chiarisce il limite di questi indicatori: fatturato e numero degli addetti descrivono l’azienda, mentre il danno prodotto dalla sua interruzione dipende dalla posizione che occupa nella rete.4

L’efficienza accentua il problema quando viene misurata soltanto nei periodi tranquilli. Ridurre le scorte, concentrare gli acquisti e abbreviare i tempi di consegna abbassa i costi finché la domanda è stabile e i trasporti funzionano. Durante un guasto, una sanzione o un evento meteorologico, lo stesso sistema può scoprire di non avere margine. Il just in time può funzionare anche con margini ridotti; diventa fragile quando nessuno ha calcolato il tempo necessario per sostituire ciò che manca.

Uno studio pubblicato nel 2026 su Scientific Reports ha simulato la modifica di alcuni collegamenti tra fornitori e acquirenti in sei reti produttive dell’Ecuador e dell’Ungheria. Il modello ha dimostrato che il rischio sistemico poteva essere ridotto senza compromettere la capacità produttiva.5

Tuttavia, è importante sottolineare che questo risultato non è direttamente applicabile a tutte le economie. Lo studio si concentra su reti specifiche e non tiene conto di fattori come costi, incentivi ed effetti sui prezzi. Nonostante ciò, evidenzia che una parte del rischio è influenzata dalla struttura delle relazioni, oltre che dalla quantità complessiva di beni disponibili.

Una lista di fornitori, da sola, serve meno di quanto prometta. Bisogna sapere quale componente sia essenziale, chi possa sostituirlo, quanto tempo richieda la sostituzione, quali certificazioni debbano essere ripetute, quali impianti vadano modificati e quali contratti impediscano il cambiamento. Una freccia in un diagramma registra una relazione; non spiega che cosa accadrebbe se quella relazione scomparisse.

I minerali critici presentano una sfida simile, ma su scala ridotta. Anche se un materiale è abbondante nella crosta terrestre, può risultare difficile da utilizzare quando l’estrazione, la raffinazione o la trasformazione sono concentrate in pochi Paesi. Possedere una miniera non risolve il problema della tecnologia, degli impianti e del mercato necessari per trasformare il minerale in un componente industriale.

Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2025 il principale Paese raffinatore controllava in media quasi tre quarti dei minerali considerati. Per gallio, grafite, manganese e terre rare, la quota cinese superava i nove decimi dell’offerta raffinata.6 La concentrazione riguarda soprattutto la trasformazione. Il potere deriva quindi dalla posizione occupata nella sequenza produttiva e dal tempo che gli altri Paesi impiegherebbero per costruire un’alternativa.

La stessa Agenzia stima che, sulla base dei progetti annunciati, nel 2035 l’offerta di rame potrebbe restare inferiore di circa un quarto alla domanda prevista nello scenario considerato. È una stima condizionata dall’avvio dei progetti, dalle tecnologie, dagli investimenti e dalle politiche industriali. Una previsione utile conserva l’incertezza e la rende discutibile: permette di decidere prima che la distanza fra domanda e offerta diventi una crisi.

Le argomentazioni catastrofiche procedono in modo diverso. Saltano i passaggi intermedi e trasformano una possibilità in un destino. Una nave bloccata diventa subito una carestia; una centrale danneggiata produce la stessa conseguenza in ogni città; l’aumento del prezzo di un fertilizzante conduce inevitabilmente a una rivolta. La realtà è meno ordinata. Ogni passaggio dipende dalle scorte, dalle alternative, dal reddito delle famiglie, dalle politiche pubbliche e dalla capacità di cooperazione.

Lo stesso vale per la migrazione. Il rapporto Groundswell della Banca mondiale stima che, in uno scenario sfavorevole, oltre duecento milioni di persone potrebbero diventare migranti climatici interni entro il 2050 nelle regioni analizzate.7 Si tratta di spostamenti all’interno dei Paesi, non di un flusso inevitabile verso l’Europa. La scarsità d’acqua, la riduzione della produttività agricola e l’innalzamento del mare possono spingere le persone a partire; povertà, assenza di reti familiari e insicurezza possono impedire loro perfino di farlo.

Clima, acqua, guerra e migrazione non formano una catena automatica. Costituiscono condizioni che aumentano o riducono la probabilità di determinati esiti. La scienza non rende meno grave lo scenario: impedisce di confondere ciò che può accadere con ciò che deve necessariamente accadere.

La dipendenza materiale ricompare nelle infrastrutture digitali. Un router, un telefono o un servizio in rete sembrano oggetti singoli; ciascuno contiene un produttore, un sistema operativo, un firmware, certificati, chiavi, aggiornamenti, contratti e giurisdizioni differenti. L’utente vede la scatola. Le decisioni che contano si trovano negli strati che la scatola nasconde.

Uno Stato può conservare i propri dati entro i confini nazionali e dipendere da soggetti esterni per autenticarli, aggiornarli, trasferirli, proteggerli o renderli leggibili. Può possedere gli apparati e avere perso la conoscenza delle decisioni incorporate nel software. Può avere firmato un contratto di sostituzione e non disporre delle competenze o del tempo necessari per esercitarlo.

La documentazione statunitense sui rischi della catena di fornitura delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione segue le vulnerabilità lungo tutto il ciclo di vita: progettazione, produzione, distribuzione, acquisizione, manutenzione e dismissione.8

La sicurezza dipende quindi dalle condizioni che precedono e seguono l’installazione. Un apparato può essere installato correttamente e rimanere esposto perché nessuno, nell’organizzazione che lo usa, sa chi possieda le chiavi di aggiornamento, chi riceva i registri delle attività o quale procedura consenta di sostituirlo.

La sovranità consiste nella possibilità concreta di continuare a scegliere. Richiede conoscenza dell’architettura, memoria delle decisioni, competenze distribuite, alternative praticabili e un’autorità capace di intervenire. La proprietà formale conta; durante una crisi, però, decide la capacità di uscita.

La memoria preserva la stessa capacità di scelta. Un sistema può continuare a operare anche se l’organizzazione non riesce più a ricostruire le decisioni che lo hanno portato a quel punto. Una statistica fornisce un’istantanea del livello attuale di una risorsa, ma omette l’evento che ha causato il cambiamento.

Un archivio conserva numerosi documenti, confondendo la valutazione approvata con l’ipotesi iniziale, le revisioni successive e i testi ritirati. Quando si verifica un’interruzione, nessuno sa più quale scelta possa essere modificata senza causare ulteriori danni.

Governare una dipendenza comincia da un inventario ragionato: funzione sostenuta, componente essenziale, concentrazione dei fornitori, scorte, tempo di recupero, vincoli contrattuali, competenze interne e autorità necessaria per autorizzare un’alternativa. L’inventario deve conservare anche la data dell’osservazione e la fonte. Un dato senza data sembra sempre contemporaneo; una dipendenza senza storia sembra sempre naturale.

Il passo successivo consiste nel simulare l’interruzione prima dell’incidente. Se il fornitore principale smette di consegnare, bisogna sapere quale funzione si fermerà per prima, quale informazione mancherà, quale autorizzazione servirà e quale alternativa potrà essere usata. La simulazione non predice il futuro. Costringe a rendere confrontabili le risposte quando c’è ancora tempo per prepararle.

Nessun Paese può produrre internamente ogni componente e controllare ogni relazione. L’autarchia genera altre dipendenze, aumenta i costi e può ridurre la qualità. La resilienza consiste nel conoscere i legami dai quali dipendiamo, valutarne il peso e conservare alternative praticabili. Una rete molto estesa collega numerosi elementi; una rete governata permette anche di comprendere, sostituire e correggere i collegamenti essenziali.

La guerra rende visibili queste dipendenze nel modo più brutale. Chiude una rotta, colpisce un’infrastruttura, fa saltare un accordo, costringe una popolazione a spostarsi. Raramente inventa la fragilità che porta alla luce. Quella fragilità era già presente negli investimenti rinviati, nelle scorte eliminate, nei contratti accettati, nelle competenze abbandonate e nelle alternative rimaste sulla carta.

La nave ferma nello stretto non inaugura la crisi. Rende visibile una storia già cominciata: la vulnerabilità era stata costruita ogni volta che qualcuno aveva confuso il funzionamento presente con la capacità di scegliere anche domani.

Riferimenti

  1. UNESCO World Water Assessment Programme, The United Nations World Water Development Report 2024: Water for prosperity and peace, sezione “Food security, a key driver of peace and prosperity”.↩

  2. IPCC, Climate Change 2022: Impacts, Adaptation and Vulnerability, capitolo 4, “Water”.↩

  3. “Transboundary conflict from surface water scarcity under climate change”, Nature Communications, 2025.↩

  4. Christian Diem et al., “Quantifying firm-level economic systemic risk from nation-wide supply networks”, Scientific Reports, 2022.↩

  5. Giacomo Zelbi, Leonardo Niccolò Ialongo e Stefan Thurner, “Systemic risk mitigation in supply chains through network rewiring”, Scientific Reports, 2026.↩

  6. International Energy Agency, Global Critical Minerals Outlook 2026, in particolare executive summary e outlook.↩

  7. World Bank, Climate Change Could Force 216 Million People to Migrate Within Their Own Countries by 2050, comunicato sul rapporto Groundswell, 2021.↩

  8. CISA, Supply Chain Risks for Information and Communication Technology.↩

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