Calogero Bonasia

Sono tornato su LinkedIn

Ho aperto di nuovo un profilo LinkedIn. Qualche tempo fa avevo scritto un articolo per spiegare perché lo avevo chiuso. La parola che avevo scelto era «definitivamente». Adesso devo occuparmi di quell’avverbio.

In Defezione digitale e controllo algoritmico raccontavo le sospensioni dell’account, le richieste di verifica, il tempo perso a dimostrare la mia identità. Avevo deciso che ne avevo abbastanza. Alla chiusura attribuivo anche un significato più ampio: sottrarmi a un sistema del quale contestavo le condizioni.

Poi sono dovuto tornare sui miei passi. Per me LinkedIn è necessario. Le ragioni per cui me ne ero andato rimangono, ma devo fare i conti anche con le conseguenze dell’assenza. Posso scegliere dove raccontare il mio lavoro; non posso stabilire dove gli altri cercheranno informazioni su di me. Il sito personale è disponibile, ma bisogna conoscerne l’esistenza e decidere di visitarlo. L’utilità di una piattaforma dipende anche dalle abitudini di chi la usa, e cambiarle richiede più della cancellazione di un singolo account.

Creando di nuovo il profilo, ho messo le cose che normalmente ci si aspetta di trovare: esperienze, ruoli, competenze. Ho raccontato chi ero e che cosa sapevo fare. Quattro cose in vetrina, come i manichini ben vestiti di una boutique di lusso, sistemati per invogliare il passante a entrare. Con una differenza piuttosto importante: io non ho niente da vendere. Per ora sono tutto sommato sereno, per quanto uno stoico possa esserlo in un’epoca difficile come questa.

Lascio a chi avrà la pazienza e l’intelligenza di leggere oltre l’elenco la possibilità di farsi un’idea di quella stagione della mia vita. A me interessa soprattutto chi sono oggi e che cosa potrò fare domani.

Le esperienze contano per ciò che mi hanno insegnato, per gli errori che mi hanno permesso di riconoscere e per le domande che continuo a farmi. Un incarico e le date in cui l’ho svolto ne rappresentano soltanto una parte.

Chi vuole capire qualcosa di più può leggere ciò che scrivo adesso, discutere un’idea, chiedermi come affronterei un problema.

Credo che questo valga per chiunque. Il passato non esiste più nella forma in cui lo abbiamo vissuto, anche se ne portiamo le conseguenze e ne conserviamo conoscenze, documenti e ricordi. Il prof. Carlo Rovelli avrebbe forse qualcosa da precisare sul mio rudimentale concetto di tempo.

Una conversazione permette anche di capire che cosa ci aspettiamo l’uno dall’altro. In Before calling it friendship ho cercato di distinguere conoscenza, stima, amicizia e rapporto professionale. Sono distinzioni che aiutano a formulare una proposta e a decidere quanto tempo dedicarle, senza scambiare una manifestazione di interesse per un impegno già assunto.

Quanto alla scrittura, avere di nuovo un profilo non mi obbliga a pubblicare più spesso. Nella pagina di diario sulla scrittura, sull’attenzione e sulla sovranità della voce avevo cercato di chiarire un criterio che continuo a seguire: scrivo soprattutto per comprendere; pubblico quando penso che ciò che ho capito possa essere utile anche a qualcun altro.

Molti appunti rimangono nei quaderni. Mi servono per preparare un lavoro, chiarire un dubbio o accorgermi di una contraddizione. Alcuni acquistano senso molto tempo dopo. Pubblicarli soltanto perché posso farlo significherebbe chiedere al lettore di dedicare tempo a qualcosa che devo ancora capire io.

manichini-su-linkedin

È questo lavoro che voglio proteggere. Quando entro in una piattaforma per uno scopo e finisco per seguire una successione di aggiornamenti, interrompo ciò che stavo facendo. Tornare al quaderno richiede di trovare nuovamente il punto, ricordare il nesso fra due appunti, riprendere una domanda. Il costo comprende anche questo tempo meno visibile.

In questi giorni Francesco Varanini ha mandato un invito a un incontro in presenza. Condivido il valore che attribuisce alla possibilità di stare insieme senza affidare anche quella conversazione a una piattaforma.

Avrò l'opportunità di ascoltare dei ragionamenti mentre vengono sviluppati, e anche di fare una domanda, ascoltare una risposta e ricordare le obiezioni delle altre persone.

L’invito, del resto, mi è arrivato attraverso una comunicazione digitale.

È un uso della tecnologia del quale riconosco volentieri l’utilità: farmi sapere che esiste un’occasione e darmi le informazioni per partecipare. Poi sta a me trovare il tempo, organizzarmi e andare.

Sabato 10 ottobre 2026, alle 17.30, alla Biblioteca Chiesa Rossa di Milano, si terrà «Cosa resta di umano. Nell’era dell’AI», con Stefania Borghetti, Giorgio Costantini e Francesco Varanini. Si parlerà di tecnologia, conoscenza e responsabilità. L’ingresso è libero, in via San Domenico Savio 3.


Per i pochi che ancora non dovessero conoscere il fisico Carlo Rovelli, segnalo l'interessante «Conversazione con Carlo Rovelli» di Keren Ponzo, pubblicata sulla Stultifera Navis.

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