Calogero Bonasia

La sovranità digitale si misura anche dai casi limite

Si parla molto di sovranità digitale europea. Di solito il discorso prende la forma di un inventario: quanti data center, quante GPU, quanti modelli addestrati in casa. Sono domande serie. Ne manca però una, più vicina alla vita di tutti i giorni.

Luciano Floridi ha dato a questo dibattito alcune delle idee più nitide. In un'intervista di fine 2025 ha proposto una strada europea che unisca open source e qualità delle regole. Un'IA aperta, garantita dalla legislazione dell'Unione, capace di parlare al resto del mondo, oltre Stati Uniti e Cina. In questa visione le norme smettono di essere un freno e diventano un valore aggiunto, quasi un marchio. Lui lo chiama "un bollino europeo di sicurezza normativa".

Il tema torna in un dialogo pubblicato a fine ottobre sul canale di Orbits, dedicato a IA, produttività e lavoro. La presentazione del video parte da una constatazione: per anni l'Europa ha lasciato ad altri il controllo delle infrastrutture. Ne è nata una dipendenza che pesa sui servizi di tutti i giorni, più di nascosto che apertamente. L'alternativa indicata è fare della regolamentazione anche una strategia.

A ottobre, a Roma, Floridi ha aggiunto un tassello. Il controllo dell'IA, spiega, ha tre strati. Il primo è materiale: data center, chip, energia, cavi. Il secondo è la competenza: chi applica l'IA a un processo che già zoppica ottiene soltanto errori più veloci. Il terzo è politico e giuridico: chi può chiedere conto di una decisione automatica, chi può rifiutarla, chi può andarsene altrove.

Condivido l'impianto. Proprio per questo vorrei spingerlo un passo più in là.

Le regole che l'Europa chiede ai fornitori esteri parlano di trasparenza, responsabilità, tutela dei diritti. Se devono diventare il nostro vantaggio competitivo, vanno applicate prima di tutto in casa. Anche alle aziende europee che si candidano a costruire l'IA del continente. E anche fuori dai modelli, nelle operazioni di ogni giorno.

Penso a gesti semplici.

Disdire un contratto.

Presentare un reclamo.

Ottenere un rimborso.

Parlare con qualcuno quando il problema non rientra nel menu.

Oppure essere un cliente che non usa app né aree riservate: una persona anziana, chi ha poca dimestichezza con il digitale, chi preferisce il telefono o lo sportello.

Sono le porte di servizio di un'azienda.

Nessuno le fotografa per le brochure.

Eppure è lì che si vede come un'organizzazione tratta le persone quando non c'è nulla da vendere.

Da PMO passo molto tempo a disegnare e correggere processi. Chi lavora con strumenti come Jira e Confluence lo sa bene: sulla carta ogni flusso funziona. Le slide mostrano il percorso ideale, quello in cui il cliente compila il modulo giusto, al momento giusto, dal canale giusto. Il processo vero comincia quando qualcosa esce dal binario.

Il ticket che rimbalza fra tre uffici. La richiesta che non ha uno stato previsto. Il caso che nessuno ha preso in carico e che resta aperto per settimane. Un processo si giudica dai casi limite. Le presentazioni misurano le intenzioni, i casi limite misurano la realtà.

Floridi coglie lo stesso punto quando osserva che un sistema può funzionare bene in media e fallire sul caso singolo, proprio dove la decisione pesa di più. Per questo chiede che l'essere umano resti al comando, e non soltanto nel circuito. La sua formula è netta: "l'esecuzione si può anche delegare, la responsabilità mai".

Qui sta il nodo. La dipendenza che limita i servizi di ogni giorno non nasce soltanto oltreoceano. Nasce anche dove un processo lascia sole le persone.

La sovranità digitale si costruisce anche al banco dei reclami. Un'IA europea impeccabile nei test di valutazione, che però lascia un cliente senza risposta per una disdetta, offre una garanzia a metà. Il bollino vale se regge dove nessuno guarda.

Altrimenti somiglia a certi palazzi con la facciata in marmo e il cortile in mattoni crudi: splendidi dalla piazza, meno quando si entra.

C'è poi una questione di coerenza. L'Europa chiede ai giganti esteri di spiegare come funzionano i loro sistemi, di dichiarare i rischi, di offrire rimedi.

Chiedere lo stesso a chi costruisce in casa è una prova di credibilità. Senza questa coerenza le regole rischiano di sembrare un dazio travestito da principio. Con questa coerenza diventano ciò che Floridi immagina: un motivo per scegliere l'Europa.

In concreto, servono cose semplici e misurabili.

Un canale umano raggiungibile da chi non usa strumenti digitali. Tempi dichiarati per reclami e rimborsi, e rispettati. Una disdetta facile quanto l'attivazione. La possibilità di sapere perché una decisione automatica ha avuto quell'esito, e di contestarla. Indicatori pubblici su questi casi, accanto a quelli sulle prestazioni dei modelli.

È il terzo strato di Floridi tradotto in procedure: chiedere conto, rifiutare, andarsene.

Nessuna di queste richieste è rivoluzionaria. Alcune hanno già radici nel diritto europeo, dalla protezione dei dati ai diritti dei consumatori. Il problema raramente sta nella norma. Sta nell'ultimo metro, dove la norma incontra il processo e il processo incontra una persona.

Floridi invita l'Europa a smettere di considerarsi soltanto utente. Aggiungerei un corollario: chi costruisce l'IA europea dovrebbe smettere di considerare i cittadini soltanto utenti. Sono persone con diritti, anche quando telefonano per lamentarsi.

Quale processo verso clienti o cittadini scegliereste come banco di prova di un'IA europea che voglia meritare fiducia?

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