Calogero Bonasia

chi può permettersi di verificare una risposta?

«Vai da un medico». «Chiedi a un avvocato». «Parlane con uno psicologo». Sono consigli ragionevoli, talvolta indispensabili. Chi li riceve deve però trovare il denaro, il tempo e un professionista disponibile. Prima di arrivare al consulto può incontrare una lista d’attesa, una distanza difficile da percorrere, una spesa incompatibile con l’affitto. Nel frattempo il problema continua a esistere. E quella persona cerca una risposta dove riesce a trovarla.

Salvatore Sanfilippo parte da questa situazione nel video La gente chiede tutto alle AI: perché non ha scelta. Seguo il suo vlog perché affronta spesso temi che mi interessano e sui quali mi riconosco nelle sue osservazioni. In questo caso condivido soprattutto il richiamo alle condizioni concrete di chi chiede aiuto. Per molte persone, osserva Sanfilippo, il confronto effettivo avviene fra una risposta dell’intelligenza artificiale e l’assenza di assistenza. Rimproverarle senza considerare le alternative disponibili significa giudicare una scelta ignorando le condizioni nelle quali viene compiuta.

La difficoltà di accesso è documentata. Nel Rapporto annuale 2025, riferito ai dati del 2024, Istat segnala che circa una persona su dieci ha rinunciato a visite o esami specialistici, con le attese e i costi fra le cause. Sanfilippo denuncia apertamente questa insufficienza. Sarebbe scorretto attribuirgli l’idea che ai poveri debba bastare un chatbot. Il suo ragionamento riguarda ciò che una persona può fare mentre l’assistenza rimane irraggiungibile.

Credo però che occorra proseguire oltre il momento nel quale la risposta arriva. Chi ha meno risorse può avere più bisogno dell’IA e, contemporaneamente, meno possibilità di verificarne le indicazioni. Considero questa una questione da indagare: ottenere informazioni a basso costo può ampliare le possibilità di una persona, mentre il controllo di quelle informazioni può continuare a richiedere competenze, relazioni, tempo e denaro dei quali quella persona non dispone.

Immaginiamo due lavoratori alle prese con una clausola contrattuale poco chiara. Entrambi chiedono una spiegazione allo stesso sistema e ricevono la stessa risposta. Il primo può sottoporla a un professionista. Il secondo deve decidere se fidarsi, perché il costo della verifica gli sembra insostenibile o perché ignora quali servizi potrebbero aiutarlo. L’accesso allo strumento è uguale. Le condizioni nelle quali i due useranno la risposta sono molto diverse. Per uno sarà un’ipotesi da discutere, per l’altro potrebbe diventare l’unico fondamento di una decisione.

Questo esempio ipotetico mostra anche il limite dell’invito a usare l’IA con spirito critico. Verificare richiede di sapere quali elementi controllare, riconoscere una fonte pertinente, accorgersi di un’eccezione. Chi consulta un sistema proprio perché non conosce una materia può incontrare difficoltà nel valutarne la risposta. Anche una domanda formulata bene può tralasciare il dettaglio decisivo, perché chi la scrive non sa ancora che quel dettaglio conta.

Su questo punto trovo utile il confronto con Leonardo Lastilla e il suo articolo Tradurre la realtà. Lastilla richiama la sensibilità culturale e interculturale necessaria per comprendere le persone. Una frase acquista significato attraverso circostanze, esperienze e consuetudini che possono rimanere fuori dalla conversazione. Nel chiedere aiuto raccontiamo una parte della nostra situazione, talvolta quella che sappiamo esprimere, talvolta quella che siamo disposti a rivelare. Chi ci assiste deve anche riconoscere ciò che manca e trovare il modo di approfondirlo.

Le conclusioni di Lastilla mi sembrano però troppo assolute quando escludono la possibilità di un apprendimento significativo attraverso questi strumenti. Una persona può confrontare una spiegazione con un libro, provare un procedimento, riconoscere un errore e formulare una domanda migliore. Il valore di queste attività va esaminato nelle condizioni in cui si svolgono. Per sostenere l’importanza della relazione umana possiamo mostrare che cosa rende possibile e quali conseguenze abbia la sua assenza, senza negare preventivamente ogni utilità dell’IA.

Anche l’ottimismo di Sanfilippo richiede una precisazione. Verso la fine del video sostiene che questi sistemi non possano fare più danni di una ricerca su Google o dell’inazione. Gli esempi raccontati non bastano a dimostrarlo. Una risposta errata può indurre a rimandare una verifica necessaria oppure a prendere un’iniziativa sbagliata. L’Organizzazione mondiale della sanità richiama i rischi delle informazioni false o incomplete e della fiducia eccessiva nell’automazione. La scarsità di alternative rende urgente trovare un aiuto affidabile. La sua affidabilità deve comunque essere valutata.

Nel video compare inoltre il racconto di un’amica che avrebbe trovato in ChatGPT un sostegno durante un periodo difficile. Quando la conversazione raggiunge il limite di lunghezza, la donna vive l’interruzione come la perdita di un amico. Quel sollievo riferito merita rispetto. Lo stesso episodio permette però di osservare una fragilità concreta: una persona può affidare una parte del proprio equilibrio a un servizio la cui continuità dipende da condizioni tecniche che non controlla.

La questione riguarda perciò anche le organizzazioni che erogano assistenza. Un servizio potrebbe usare l’IA per aiutare un cittadino a preparare una richiesta, raccogliere i documenti o comprendere una comunicazione, garantendo poi un passaggio accessibile a una persona competente. Potrebbe anche fermarsi alla risposta automatica, lasciando al cittadino il compito di scoprirne gli errori. Sono scelte organizzative con conseguenze diverse, da valutare insieme alle prestazioni del modello.

Io credo che il criterio debba comprendere ciò che accade dopo la risposta: la possibilità di chiedere chiarimenti, far esaminare il proprio caso, correggere un errore e ottenere un intervento. L’IA può aiutare una persona a capire meglio il problema e a presentarlo con maggiore precisione. Quanto più quell’aiuto diventa necessario, tanto più conta che esista qualcuno al quale rivolgersi quando la spiegazione ricevuta non basta.

Alla persona che non riesce a pagare una visita possiamo offrire strumenti utili già oggi. Dobbiamo però continuare a occuparci della visita che non riesce a ottenere. Altrimenti rischiamo di abituarci a una disuguaglianza precisa: alcuni potranno usare una risposta per preparare il confronto con un professionista, altri dovranno decidere da soli quanto fidarsene.

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