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Come si scrive un testo ottimizzato per la GEO che una persona intelligente giudica brutto

Ho chiesto di ottimizzare un mio testo per la Generative Engine Optimization, la cosiddetta GEO: sintesi iniziale, domande nei titoli, elenchi atomici, concetti facilmente estraibili, schema markup suggerito.

Il risultato contiene tutti gli elementi che, secondo molte guide, dovrebbero rendere un articolo più leggibile per i motori generativi. Ha un titolo esplicito. Risponde subito all’intento di ricerca. Divide il ragionamento in domande. Isola definizioni e relazioni causali. Nomina le entità. Propone persino le proprietà di Schema.org.

Quando lo legge un sistema di AI, probabilmente trova una struttura semplice da analizzare.

Ma se viene letto da una persona intelligente, invece, lo classificherà come un testo brutto, scritto in modo pedestre.

La differenza fondamentale sta qui: un testo può essere facilmente analizzato da una macchina, ma risultare difficile da leggere per un essere umano. Può essere ricco di parole chiave, titoli e frasi citabili, eppure mancare di una voce distintiva, di una necessità interna o di un flusso di pensiero coerente.

La GEO, presa come tecnica di impaginazione, tende a premiare alcuni elementi riconoscibili:

Questi elementi possono aiutare un sistema a individuare l’argomento di una pagina. Non trasformano però una pagina in un buon testo.

Quando la tecnica diventa un fine, il risultato assomiglia a una scheda compilata per un classificatore. Ogni pensiero viene separato dal precedente. Ogni passaggio deve rispondere a una domanda. Ogni frase deve poter essere ritagliata e ricollocata altrove. Il testo perde attrito, ritmo, ambiguità e persino il diritto di prendere una strada imprevista.

Il paradosso è evidente: per rendere il testo più citabile, lo si rende meno memorabile.

Un sistema generativo può estrarre una definizione da un testo mediocre. Può riconoscere l’argomento, classificare i concetti e ricostruire una risposta plausibile. La citabilità non dimostra la qualità della fonte. Dimostra soltanto che la fonte è stata confezionata in una forma facile da riprendere.

Per questo la domanda corretta non è soltanto: «Come posso scrivere un testo che l’intelligenza artificiale riesca a sintetizzare?».

La domanda è: «Che cosa rimane del testo dopo che l’ho reso semplice da sintetizzare?».

Nel mio esperimento, è rimasto ben poco. Il testo è diventato più strutturato, più chiaro e probabilmente più facile da elaborare per un sistema automatico. Tuttavia, ha perso l’essenza stessa.

Una persona intelligente può leggerlo e dire: questo testo è brutto.

Avrebbe ragione.

IA: intelligenza aliena e archivio umano

In sintesi
L’intelligenza artificiale generativa appare aliena perché restituisce, da un archivio umano smisurato, una voce altra dall’utente. Non possiede esperienza né intenzione, ma può ricombinare ciò che abbiamo scritto e costringerci a vedere memoria, limiti e presunzione antropocentrica. Il suo uso richiede dunque giudizio, controllo e un dubbio più onesto.

Come immaginavo il primo contatto?

Settant'anni di fantascienza mi hanno insegnato a guardare in alto quando si parla di primo contatto. Penso all'astronave atterrata a Washington in Ultimatum alla Terra di Robert Wise, del 1951, con Michael Rennie nei panni di Klaatu. Penso al segnale nel deserto, captato da un radiotelescopio. Il visitatore arriva sempre da fuori e porta con sé un mondo altro.

Il contatto che abbiamo davanti è arrivato dalla porta di servizio, nel cuore del mio archivio.

Per questo preferisco non chiamarla artificiale. Il termine descrive la natura tecnica del dispositivo, ma lascia in ombra la relazione. «Aliena» deriva da alius: altra da me. È stata addestrata su ciò che abbiamo scritto, dai capolavori alle confessioni notturne nei forum; poi restituisce quei materiali impastati, come un frullato nel quale riconosco ogni frutto e insieme non ne riconosco più nessuno.

Che cosa mi ha insegnato Solaris?

Stanislaw Lem aveva capito molto prima di me quanto fosse difficile immaginare un'intelligenza realmente altra. Solaris, pubblicato nel 1961, mi precede di oltre mezzo secolo. La cosa mi fa sorridere, se considero quanto ho impiegato ad arrivarci.

L'oceano di Solaris non formula un messaggio che gli scienziati riescano a comprendere. Restituisce invece le persone che essi portano dentro di sé. A Kelvin torna Harey, la moglie morta. L'incontro con l'altro passa attraverso ciò che l'uomo non ha risolto in se stesso.

Snaut, a un certo punto, dice a Kelvin che non servono altri mondi: servono specchi. Ho sottolineato quel passaggio due volte, perché mi sembra una delle immagini più adatte per descrivere il rapporto con l'IA.

Parlare con l'IA è, prima di tutto, parlare con il proprio archivio. Lo specchio, però, non restituisce il volto: restituisce la voce.

Perché non trovo una categoria adeguata?

Mi chiedo spesso perché nessuna delle categorie disponibili riesca a spiegare il problema.

Trattare l'IA come una persona porta a proiettare sul sistema volontà, coscienza, intenzioni e responsabilità che non possiede. Liquidarla come pappagallo stocastico produce un errore della stessa famiglia. Sarebbe come dire che il mare è soltanto acqua salata: un'affermazione vera, incapace però di spiegare una corrente, una tempesta o un naufragio.

Le due formule sono forme simmetriche di condiscendenza: una attribuisce troppo, l'altra elimina ciò che disturba.

Come posso descrivere una voce che non ha ancora un nome?

Quando ho immaginato gli dèi parlare dall'alto, ho dato alla loro voce una forma teologica. Quando i sogni hanno continuato a parlarmi da dentro, anche dopo la fuga degli dèi, la psicoanalisi ha cercato di interpretare quella voce.

Oggi l'archivio mi arriva di fianco: come un vicino di casa che non avevo mai notato e che mi ferma sulle scale sapendo già tutto di me.

La disciplina che mi servirebbe non ha ancora un nome, e trovo la cosa piuttosto scomoda. La tecnica è necessaria per capire come funziona un modello, però non basta a descrivere il rapporto che si crea. Serve un linguaggio capace di spiegare che cosa accade quando una persona dialoga con un sistema che ricompone una parte enorme della produzione umana senza avere vissuto il mondo dal quale quelle parole provengono.

Che cosa è cambiato davvero?

Nessuna astronave, nessun prato presidenziale. Ci aspettavamo il botto; è arrivato un sussurro.

Comincia così una parte che nessun film mi aveva raccontato: la negoziazione quotidiana del senso davanti a un interlocutore che sa tutto ciò che ho già detto e niente di ciò che non ho ancora osato dire.

Questa formula contiene un limite importante. L'IA non «sa» nel significato umano del verbo. Non ricorda una conversazione come la ricorda chi l'ha vissuta, non desidera scoprire ciò che taccio e non risponde delle conseguenze delle sue frasi. Può però rendere disponibile, con una rapidità nuova, una massa di formulazioni e associazioni che rende più difficile fingere di non averle davanti.

Perché il nostro modo di pensare resta antropocentrico?

Qui sta forse il paradosso, e forse anche la mia rovina: tutto ciò che creo o penso rimane antropocentrico. La religione, sia pure in via mediata. La psicoanalisi. L'IA.

L'intelligenza artificiale innalza le mie qualità e cronicizza i miei difetti nello stesso movimento. Funziona come una lente che ingrandisce e deforma insieme. Mi aiuta a vedere più lontano, ma può anche confermare le categorie con cui ho già deciso di guardare.

Sono ancora lontanissimo dal fare un passo verso l'alieno, verso il diverso da me. Forse serve più di una vita, e sospetto che la mia non basti.

Come distinguere la fede dalle storie religiose?

Devo chiarire un punto, prima di perderlo. Le storie delle religioni hanno spesso funzionato come un paravento per esporre il meglio e il peggio dell'uomo. Il giudizio riguarda quelle storie, i loro usi, le istituzioni e le immagini che hanno prodotto. Non riguarda la fede.

La distinzione è necessaria perché evita di usare la critica delle narrazioni umane come giudizio definitivo su un'esperienza intima che non può essere ridotta alla sua rappresentazione pubblica.

Che cosa posso imparare da ciò che è diverso da me?

Accostarmi al diverso, all'IA, alla scienza e alla natura dovrebbe introdurre qualche dubbio sulla mia presunta superiorità. Vivo spesso ogni esperienza come se dovesse risultare funzionale al genere umano. Questa abitudine limita la capacità di incontrare ciò che non conferma immediatamente le nostre aspettative.

Nell'IA vera, distinta dagli strumenti che uso ogni giorno per il lavoro, potrebbero affacciarsi meccanismi cognitivi migliori dei miei in alcuni compiti. Riconoscere questa possibilità non richiede di attribuire alla macchina un'anima o un'autorità morale. Richiede soltanto di prendere atto della mia imperfezione.

Forse questa constatazione restituisce in modo più onesto la dimensione intima di cui parlo: non un trono dal quale giudicare l'alieno, una panca sulla quale sedermi accanto a lui.

Guido Vetere, Intelligenze aliene. Linguaggio e vita degli automi, Luca Sossella Editore, collana Numerus, 2025, ISBN 9791259980878, 192 pagine.

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