Calogero Bonasia

Il piano non lo sa

Un piano racconta quello che sapevamo nel momento in cui lo abbiamo scritto. Il lavoro, intanto, continua a produrre informazioni nuove, con una spinta che non si ferma.

Anni fa, durante un progetto di supporto applicativo, trovai rapporti ordinati: attività completate, ore registrate, date aggiornate. Ma buona parte di quel lavoro era stata aggiunta strada facendo. Richieste, correzioni, modifiche necessarie erano entrate nel sistema una dopo l'altra. Il piano sembrava solo in ritardo.

La prima spiegazione fu semplice: il cliente aveva cambiato idea molte volte. Capita spesso, in Italia più che altrove. Ma questa frase non dice nulla. Non spiega cosa sia cambiato, quale lavoro abbia sostituito cosa, chi abbia deciso e quando.

Cominciammo allora a separare due cose: il lavoro previsto e le richieste arrivate dopo. L'obiettivo era restituire al piano la sua funzione di confronto, senza cercare colpe. Da una parte quello che era stato concordato. Dall'altra quello che il progetto aveva chiesto strada facendo.

Questa distinzione non risolse tutto. Una richiesta può essere indispensabile. Una correzione può rivelare un errore all'origine. Una variazione può rispondere a un vincolo scoperto tardi.

Ma senza una traccia, tutto finisce per pesare allo stesso modo sul ritardo. E qualcuno, invece di discutere l'ambito o le priorità, finisce per rimettere mano alla stima.

Da allora guardo con un filo di diffidenza i piani sempre perfettamente allineati. Un piano che funziona non nasconde la distanza tra le intenzioni di partenza e il lavoro aggiunto strada facendo. Se la nasconde, racconta solo il presente. E il presente, lasciato solo, tende sempre a essere accomodante.

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