vivere due volte lo stesso giorno
Una giornata comincia al mattino e, per qualche ora, sembra appartenere soltanto al tempo.
Le cose accadono una dopo l’altra. Il telefono squilla, una porta si apre, qualcuno pronuncia una frase, il lavoro procede oppure si inceppa. Passiamo da un gesto all’altro senza misurare davvero la distanza fra un episodio e il successivo. Alla sera resta un’impressione generale: una giornata leggera, faticosa, inutile, forse buona.
Poi scrivo la data in cima a una pagina e la giornata ricomincia.
Sul quaderno devo decidere da dove cominciare, che cosa mettere davanti e che cosa lasciare in fondo. Una telefonata che durante il giorno sembrava decisiva si riduce a poche righe. Una frase ascoltata quasi distrattamente si allunga fino a occupare mezza pagina.
Il quaderno non conserva la giornata. La ricostruisce.
Mentre scrivo, scopro che il malumore era cominciato prima dell’episodio al quale lo attribuivo. Scopro di avere considerato inevitabile una decisione soltanto perché avevo dimenticato le alternative. Scopro che una persona mi aveva rivolto poche parole e che il resto l’avevo aggiunto io.
La scrittura mette i fatti in fila. La fila, però, non coincide con la verità.
In Palomar, il signor Palomar osserva il mondo con l’attenzione di un astronomo. Il libro prende il nome dal monte californiano sul quale si trova un grande osservatorio, ma il suo personaggio guarda anche il mare, gli animali, i corpi e i gesti ordinari. Cerca di vedere meglio e, proprio mentre osserva, si accorge che ogni osservazione dipende dalla posizione di chi guarda.
Accade qualcosa di simile quando scrivo una giornata. Mi allontano abbastanza dai fatti da poterli esaminare, ma rimango dentro la mia versione. Scelgo l’inquadratura, regolo la distanza, metto a fuoco un particolare e ne lascio sfocati altri. Il quaderno mi aiuta a guardare; non mi mette al riparo dal modo in cui guardo.
Per questo lascio sulla pagina alcune crepe. «Non ricordo le parole esatte.» «Forse avevo già deciso.» «In quel momento mi è sembrato.» Sono formule semplici, ma impediscono al ricordo di trasformarsi in una sentenza. Mi ricordano che posso diventare, nel mio stesso diario, il protagonista ragionevole di una storia popolata da persone che non hanno capito nulla.
La memoria collabora volentieri con l’avvocato della difesa.
Anche le emozioni hanno bisogno di essere separate dalle spiegazioni. La paura che ho provato è reale. La causa che le attribuisco può essere sbagliata. Posso essermi sentito ignorato perché nessuno ha risposto alla mia richiesta, oppure perché non avevo formulato una richiesta comprensibile. Il quaderno non stabilisce chi abbia ragione. Mi costringe a distinguere la reazione dalla prova.
Raramente rileggo per intero i vecchi quaderni. Quando lo faccio, incontro una persona che mi somiglia e che non posso più raggiungere. Ha le mie preoccupazioni, usa parole che riconosco, teme conseguenze che non si sono verificate. Ignora ciò che è accaduto dopo e attribuisce ai fatti un peso che oggi mi sembra diverso.
Non posso informarlo del futuro. Posso soltanto leggere con attenzione il modo in cui lo aspettava.
La giornata accade una volta. Nel quaderno accade di nuovo, con proporzioni diverse e qualche dubbio rimasto visibile. Quando la rileggo, cambia ancora. Ogni volta sposto il punto d’osservazione, come chi avvicina l’oculare di un telescopio e scopre che mettere a fuoco un dettaglio significa lasciare il resto nell’ombra.
Vivere due volte lo stesso giorno significa passare dai fatti al racconto e dal racconto a una comprensione provvisoria.
Libri sul tavolo
Due libri accompagnano questa pagina.
Italo Calvino, Palomar
Il signor Palomar osserva il cielo, il mare e i gesti quotidiani cercando un ordine. Ogni osservazione gli ricorda però che anche il punto da cui guardiamo modifica ciò che vediamo.
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere
Il diario diventa un esercizio di attenzione e di verifica. Scrivere significa seguire i propri pensieri, riconoscere le ripetizioni e mettere alla prova le spiegazioni che ci diamo.